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Su «Le Scienze»: Hamburger a effetto serra
24 Maggio, 2009, 1:45 pm
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Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizioneco2'

Nel numero di aprile di Le Scienze sono riportate diverse informazioni e statistiche sul consumo di carne in tutto il mondo, e l’articolo “Hamburger a effetto serra” sottolinea ancora una volta come la produzione di carne – e non solo di carne bovina, ma di tutti i tipi di carne – causi enormi emissioni di gas serra, molto maggiori rispetto ad altri settori di produzione.

L’articolo si conclude con un’esortazione chiara, che purtroppo di solito manca negli articoli sullo stesso tema delle riviste divulgative: quella a diminuire il consumo di carne. L’autore, Nathan Fiala, dottorando in Economia all’Università della California a Irvine, afferma nella conclusione: “Negli Stati Uniti e il resto del mondo sviluppato la gente potrebbe mangiare meno carne, in particolare bovina”.

Il dott. Fiala inizia il suo articolo notando come la maggior parte di noi sia consapevole delle conseguenze negative prodotte sull’ambiente dalle auto su cui viaggiamo, dalla’energia che consumiamo in casa o per la produzione industriale, ma invece quasi nessuno si renda conto che “la carne presente nella nostra dieta è responsabile dell’immissione in atmosfera di una quantità di gas serra – anidride carbonica (CO2), metano, ossido di azoto e simili – maggiore di quella immessa dai mezzi di trasporto o dalle industrie”.

Eppure questi dati sono noti già da qualche anno: la FAO stessa nel suo dossier del 2006 “Livestock’s long shadow” (La lunga ombra del bestiame) attesta come il settore della produzione di carne sia causa del 18% delle emissioni totali di gas serra dovute alle attività umane, una percentuale simile a quella dell’industria e molto maggiore di quella dell’intero settore di trasporti (che ammonta a un 13,5%).

Certamente qualsiasi alimento che consumiamo, sottolinea il dott. Fiala, comprese frutta e verdura, implica dei costi ambientali, ma questi costi per la produzione di frutta e verdura sono niente rispetto a quelli necessari invece per la produzione di carne e altri alimenti animali.

In un rapporto preparato per la città di Seattle, Daniel J. Morgan dell’Università di Washington, ha calcolato che coltivare circa 225 grammi di asparagi in Perù per poi importarli negli USA genera un totale di 91 grammi di gas serra CO2 equivalenti. Ebbene, Susan Subak, economista ecologica all’Università di Seattle ha calcolato, nel 1999, che per produrre 450 grammi di carne di manzo si generano 6,7 kg di gas serra CO2 equivalenti, cioè, a parità di peso, 36 volte tanto rispetto agli asparagi!

Questo è dovuto a vari fattori, viene spiegato nell’articolo su Le Scienze: alle emissioni di metano dei bovini durante il processo digestivo; al “fattore di conversione”, cioè al fatto che allevare un animale richiede un’igente quantità di mangime (coltivato appositamente) per unità di peso corporeo; e ai rifiuti prodotti dagli allevamenti.

In merito al rapporto di conversione, l’articolo spiega che nel 2003 Lucas Reijnders, dell’Università di Amsterdam e Sam Soret della Loma Linda University hanno stimato che per produrre un kg di proteine da carne bovina servono più di 4,5 kg di proteine vegetali, con tutte le emissioni di gas serra che implica la coltivazione di cereali per i mangimi.

Le stime del dott. Fiala confermano chiaramente che lo spreco dovuto alla trasformazione vegetale-animale vale per ogni specie: per produrre 450 grammi di carne di maiale si genera l’equivalente di 1,7 kg di CO2, per il pollo 0,5 kg, che sono, rispettivamente, 9 e 3 volte di più rispetto all’impatto della produzione di asparagi, e gli asparagi, tra i vegetali, sono tra quelli a più alto impatto. Il confronto con altri vegetali, più basilari per l’alimentazione umana, è ancora più a favore del consumo di vegetali anziché di carne nella dieta quotidiana delle persone.

Inoltre, i numeri sopra citati valgono per un tipo specifico di allevamenti, quelli che seguono il sistema “CAFO”, vale a dire allevamenti intensivi basati sui “recinti da ingrasso”. Altri tipi di allevamenti sono anche di molto peggiori, in termini di impatto sull’ambiente: i dati FAO indicano che le emissioni medie mondiali generate per le produzione di 450 grammi di manzo sono diverse volte superiori rispetto alle quantità generate col sistema CAFO.

Eppure, il comsumo globale di carne è in aumento di anno in anno: i dati del World Watch Institute del 2009, sempre riportati sul numero di aprile di Le Scienze, ci dicono che solo dal 2007 al 2008 si è passati da 275 a 280 miliardi di tonnellate di carne prodotta; i tre maggiori produttori che sono la Cina, gli USA e il Brasile. I paesi industrializzati continuano ad avere consumi molto alti, mediamente 80 kg di carne pro-capite l’anno. I paesi in via di sviluppo sono a quota 30 kg l’anno pro-capite, ma lì i consumi stanno aumentando vertiginosamente: il 60% della produzione globale di carne viene oggi dai paesi in via di sviluppo, che copiano il modello profondamente sbagliato e ambientalmente insostenibile dei paesi industrializzati.

Nell’articolo “Hamburger a effetto serra” troviamo anche altri dati interessanti, che confrontano le emissioni CO2 equivalenti derivanti dalla produzione di una data quantità (225 grammi) di vari cibi confrontata con le stesse emissioni di un viaggio in auto. Si scopre così che per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un’auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri.

Tutto questo è chiaramente non sostenibile, ma la buona notizia è che la soluzione è a portata di mano, e alla portata di tutti. Non dipende dalle istituzioni internazionali o dai governi nazionali, ma solo da ciascuno di noi: diminuire – il più possibile – il consumo di carne e di altri alimenti animali come latte e uova è qualcosa che possiamo fare subito, abbiamo il potere e la responsabilità di farlo.

Fonti:

Le Scienze, “Hamburger a effetto serra” e “La produzione di carne”, aprile 2009

Fiala N., “Meeting the Demand: An Estimantion of Potential Future Greenhouse Gas Emission from Meat Production”, Ecological Economics, vol. 67, n. 3, pp. 412-419, 2008

Articolo originale: http://www.nutritionecology.org/it/news/news_dett.php?id=751&



“In marcia per il clima… fermiamo la febbre del pianeta”.
23 Agosto, 2008, 3:54 pm
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Milano – Sabato 7 Giugno ’08. Una nutrita e motivata rappresentanza dei soci di “Perla Blu” (circa 15 persone), in compagnia degli altri circoli ambientalisti della provincia di Verona, si è recata a Milano (piazza San Babila) per aderire all’iniziativa nazionale promossa da Legambiente “In marcia per il clima … fermiamo la febbre del pianeta”. Si è trattato di un’esperienza che ha visto marciare una società civile molto variegata, composta da associazioni, da ambientalisti e simpatizzanti giovani, adulti e anziani di tutta Italia, con l’obiettivo di dar voce all’idea di un futuro più sostenibile e desiderabile.
Il tutto veicolato da una manifestazione allegra, variopinta e ben gestita in cui hanno trovato spazio problematiche locali ma soprattutto tematiche che affliggono l’intera umanità quali il riscaldamento globale e tutti i dissesti ambientali da esso derivanti.
La marcia per clima è stata pure l’occasione in cui promuovere ed appoggiare forme di energia rinnovabile (enormemente in ritardo nella loro applicazione e diffusione in Italia) al fine di fronteggiare i problemi legati all’emissione di CO2 in atmosfera i quali stanno rendendo il pianeta Terra sempre più febbricitante e malato.



CLIMA: G8, A KOBE SI CERCA SOLUZIONE MA IL NODO E’ POLITICO
28 Maggio, 2008, 8:58 am
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Fonte: www.ansa.it

KOBE – La lotta è contro il tempo: il riscaldamento globale danneggia la terra in modo più rapido di molte previsioni e la corsa senza fine dei prezzi del petrolio rischia, paradossalmente, di accelerare la crescita delle emissioni di gas serra. Il quadro è allarmante e, per questo, scienziati e attivisti hanno invitato senza mezzi termini i ministri dei Paesi più industrializzati ad agire con tempestività. L’occasione del confronto cade durante il vertice ministeriale del G8, il Gruppo degli Otto Grandi, dedicato all’ambiente, che ha aperto i lavori a Kobe, in Giappone, per una tre giorni di confronto a tutto campo dedicato ai cambiamenti climatici.

Nel corso di una tavola rotonda, tenuta nel pomeriggio, gli ambientalisti hanno invitato ad adottare rapide azioni per arginare gli effetti del rialzo delle temperature nel mondo che, secondo gli scienziati, mette rischio su scala globale la sopravvivenza di gran parte della flora e della fauna esistente, e provoca fenomeni catastrofici come inondazioni e siccità. Alcuni dati su tutti: il rapido scioglimento dei ghiacci artici, l’aumento dei danni alle colture e altri problemi moltiplicano i loro effetti dannosi, ha affermato Bill Hare, del Potsdam Institute for Climate Impact Research. Durante l’estate, il ghiaccio nel mare Artico, per esempio, si è portato a livelli tanto bassi lo scorso anno da essere pari al 40% in meno della stima ipotizzata nel periodo tra il 1979 e il 2000. Il greggio schizzato oltre i 130 dollari al barile, incoraggia l’uso del carbone, combustibile molto più economico, ma anche molto più inquinante. “I recenti sviluppi nel settore energetico – ha proseguito Hare – sono fattori di rischio. E’ troppo presto per dire se si tratta di un cambiamento di modello, ma di certo è un fattore di rischio”. Il summit di Kobe è preparatorio per l’incontro del G8 del prossimo luglio, nell’isola di Hokkaido, dal quale ci si attendono indicazioni più precise sulla convergenza necessaria per il patto internazionale da firmare entro dicembre 2009 per combattere il riscaldamento globale. L’anno prossimo sarà dunque la presidenza italiana del G8 ad assumere un ruolo importante per la ricerca di un difficile consenso su un tema tanto cruciale: l’esordio internazionale a Kobe del neo ministro Stefania Prestigiacomo si inquadra anche in questa prospettiva. Non a caso il minsitro ha avuto un incontro diretto con il responsabile statunitense dell’ambiente, Stephen Johnson. Prestigiacomo è intervenuta pure alla tavola rotonda sulla “biodiversità”, osservando che si tratta di una ricchezza da non disperdere, ma da capitalizzare, che “va intuita e percepita come un nostro capitale. Se saremo bravi a gestire le risorse rinnovabili e a garantire che le nostre economie divengano sempre più sostenibili, il futuro dei nostri Paesi potrà avere molti problemi in meno da affrontare”. Yvo de Boer, il responsabile delle questioni climatiche dell’Onu, ha spiegato che si aspetta che l’appuntamento di Kobe riesca a impostare la fase decisiva per il vertice di Hokkaido. I paesi del G8, (di cui fanno parte Stati Uniti, Giappone, Russia, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia e Canada), hanno la necessità di determinare gli obiettivi di medio termine per le emissioni di anidride carbonica entro il 2020, con un chiaro impegno sul trasferimento di tecnologie pulite ai Paesi in via di sviluppo. I primi incontri di Kobe hanno evidenziato ancora divisioni, con Paesi, come il Giappone, che hanno chiesto maggiore impegno a quelli in via di sviluppo che, a loro volta (il Brasile, ad esempio), hanno sottolineato che le nazioni ricche devono aiutare quelle più povere con il trasferimento di tecnologia. Hilary Benn, capo delle questioni ambientali britanniche, ha sostenuto che il mondo non ha scelta adesso che gli scienziati hanno dimostrato che la terra non può che assorbire che una quantità limitata di gas serra prima che le temperature troppo alte. “Il problema fondamentale che abbiamo è solo politico”, ha aggiunto.



In marcia per il clima. Manifestazione nazionale, 7 giugno Milano
20 Maggio, 2008, 1:09 pm
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Il clima sulla terra sta cambiando, ma tardano decisioni condivise ed efficaci della politica per contrastare questa emergenza planetaria. Spetta dunque a noi sollecitarle e soprattutto operare una conversione di civiltà che fermi la febbre del Pianeta.

Possiamo farlo ripensando il modo di produrre energia, di consumarla per muoverci, abitare, lavorare senza dilapidare le risorse comuni quali l’acqua, l’aria, la vita sulla Terra.

Ci mettiamo in “Marcia per il Clima” organizzando a Milano il 7 giugno una grande manifestazione nazionale promossa da un’ampia alleanza delle associazioni italiane.

La direttiva europea così detta del 20-20-20 (20% riduzione di emissioni di CO2, 20% incremento efficienza energetica, 20% incremento utilizzo fonti rinnovabili), insieme alle multe per i ritardi su Kyoto, disegna uno scenario che pone l’Italia di fronte ad una grande scelta, dello stesso spessore di quella che più di 10 anni fa fu fatta entrando nella moneta unica europea.

Oggi l’Italia rischia di essere collocata dagli stessi partner europei in una situazione marginale per quanto riguarda i processi di innovazione di processo e di prodotto, imposti dalla crisi energetica e dalla necessità di ridurre le emissioni di CO2. La marginalizzazione dell’Italia, se dovesse avvenire, metterebbe in moto effetti economici, sociali e culturali che non possiamo sottovalutare e che hanno a che fare direttamente con la coesione sociale del Paese e con le prospettive del suo sviluppo. A perdere non sarebbe solo la qualità ambientale ma tutto il sistema Paese.

Al mattino Piazze tematiche, spettacoli, mostre, concerti, incontri pubblici per fermare tutti insieme la febbre del pianeta. Dalle ore 15 corteo.

(continua…)